SITUAZIONE ECONOMICO/FINANZIARIA – GENNAIO 2012
Buongiorno a tutti, augurandovi un Buon 2012, invio il mio primo commento ai mercati .
Limito il mio intervento ad un esame approfondito della situazione Europea, visto che ci riguarda maggiormente, ma un esame generale della situazione dei paesi a maggiore capitalizzazione, sarebbe stato indubbiamente interessante ma probabilmente lungo nell’esposizione, ragione per la quale limiterò solo nell’ introduzione alcuni interrogativi, l’analisi completa fa parte di questo primo intervento e riguarda Stati Uniti, Cina, Regno Unito e Paese Emergenti, Giappone, ed è a disposizione per chi volesse prenderne visione. Basta chiedere.
INTRODUZIONE
Il destino dell’economia mondiale e le prospettive dei mercati finanziari nel 2012 e nel 2013 dipendono essenzialmente dalle risposte a tre grandi quesiti: la crisi dell’Eurozona verrà risolta in modo efficace e tempestivo?
L’economia degli Stati Uniti saprà riconfermare il miglioramento della performance evidenziato ultimamente?
E quella cinese eviterà un atterraggio duro nel 2012?
Le risposte a queste domande non sono tutte positive. L’esito della crisi debitoria nell’Eurozona è tuttora molto incerto. Negli Stati Uniti, il miglioramento della performance economica è stato circoscritto, limitato cioè solo ad alcuni settori. E anche se questi progressi dovrebbero in parte continuare, è probabile che l’economia in generale vada incontro ad un rallentamento nel 2012 causato da molti dei problemi che l’hanno penalizzata nel 2011.
Infine, per quanto riguarda la Cina, la sua economia è tuttora eccessivamente dipendente dalla domanda estera e pertanto molto vulnerabile all'aggravarsi della crisi in Europa. Quindi, anche se l’adozione di misure per l’incentivazione fiscale e monetaria del mercato interno sembra ormai quasi certa nel 2012, il tasso di crescita complessivo della Cina dovrebbe essere inferiore a quello registrato nel 2010 o all'inizio del 2011.
LA CRISI DEL DEBITO NELL’EUROZONA
La crisi del debito sovrano nell'Eurozona ha tenuto banco sui mercati per ben diciotto mesi. La situazione si è decisamente aggravata a partire dal mese di marzo 2011, quando è apparso evidente il fallimento del primo piano di salvataggio della Grecia (varato nel maggio 2010). Da quel momento si sono susseguiti vari incontri fra i leader dell’Eurozona, culminati nella dichiarazione rilasciata a chiusura del quinto summit dedicato alla crisi il 9 dicembre scorso e con la quale i capi di governo si sono impegnati a rafforzare l'UEM (Unione Economica e Monetaria) in due modi.
Innanzitutto, i leader europei hanno pattuito di introdurre una disciplina fiscale più severa rispetto al passato nei propri paesi. In particolare, hanno concordato di approvare modifiche costituzionali che vincolino il deficit di bilancio strutturale ad un tetto massimo dello 0,5% del PIL, invece del 3% previsto attualmente per il deficit generale nel Patto di stabilità, ormai considerato inefficace. Questo nuovo piano di consolidamento fiscale, il cosiddetto “Fiscal Compact”, dovrebbe essere attuato secondo tempistiche stabilite per ogni Stato membro su proposta della Commissione Europea, rafforzato da un grado maggiore di automatismo rispetto al passato e sottoposto alla vigilanza della Corte di Giustizia europea. In secondo luogo, i leader hanno approvato il rafforzamento degli “strumenti di stabilizzazione”, vale a dire i fondi di salvataggio. Questa decisione si traduce nel potenziamento del fondo di stabilità finanziaria (FESF) che avverrà “in tempi rapidi”, come è stato detto; inoltre, l’attivazione del fondo di salvataggio permanente, battezzato Meccanismo europeo di stabilità (MES), viene anticipata al mese di luglio 2012, ma la capacità di finanziamento congiunta dei due istituti sarà limitata a EUR 500
miliardi. Infine, gli Stati membri dovranno mettere a disposizione dell’FMI un importo pari a EUR 200 miliardi da utilizzare per prestiti bilaterali.
Per quanto le intenzioni siano lodevoli, è tuttavia probabile che i mercati finanziari richiederanno l’applicazione di misure ben più tangibili e con tempistiche più strette. Il problema è che queste iniziative possono contribuire ad evitare la prossima crisi, ma non sono in grado di risolvere quella che si è già determinata. Ad esempio, nonostante la stretta creditizia che investe il sistema bancario, né la BCE né altri organismi hanno promesso iniezioni di liquidità immediate in qualsiasi forma. Anche se le iniziative più recenti della BCE sul fronte della liquidità (riduzione dei coefficienti di riserva obbligatoria, erogazione di rifinanziamenti per tre anni ed estensione delle garanzie idonee) miglioreranno la situazione e dovrebbero favorire la stabilità del credito bancario nel 2012 e nel 2013, non è affatto chiaro se queste misure si dimostreranno sufficienti. Banche ed emittenti sovrani nell’Area Euro sono stretti in un rapporto reciprocamente distruttivo: se gli Stati falliscono le banche potrebbero subire corse agli sportelli, veder aumentare i costi di finanziamento ed esigere iniezioni di capitale. Ma, d'altra parte, se i mercati privati rifiutano di ricapitalizzare le banche in difficoltà, restano solo gli Stati che però non hanno capacità di raccolta di capitali. Eppure, come ha dichiarato l'Autorità bancaria europea il 7 dicembre, gli istituti dell’Area Euro hanno disperatamente bisogno di nuovi capitali per EUR 115 miliardi. Nel piano europeo non si riscontra una visione complessiva né chiarezza in merito alla destinazione finale e non vi è traccia di un percorso prestabilito per raggiungerla. Il pacchetto proposto contiene di fatto un unico strumento: maggiore austerità. Le misure di stimolo alla crescita si fanno notare solo per la loro assenza. Infine, non è stato fatto il minimo tentativo di risolvere il problema di fondo, vale a dire la perdita di competitività degli Stati europei meridionali, che risulta evidente dagli squilibri dei conti con l’estero: surplus al nord e deficit al sud. I partecipanti al summit hanno adottato la posizione essenzialmente tedesca secondo cui la crisi attuale deve essere risolta con uno sforzo interno ai paesi debitori (leggasi: anni di deflazione) invece di consentire uno squilibrio dei conti generale che richiederebbe sacrifici anche da parte dei creditori .
Persino se prese alla lettera, le proposte del summit mancano di credibilità sui mercati. Per quanto riguarda la disciplina fiscale, il precedente Patto di stabilità è stato continuamente disatteso, in primis da Germania e Francia nel 2003-04 quando entrambi i paesi hanno rifiutato di pagare le multe incorse. È quasi certo che stavolta verranno trovati degli escamotage per sforare rispetto al limite dello 0,5% sul deficit di bilancio strutturale ed evitare le sanzioni teoricamente automatiche. In definitiva, questa forma di unione fiscale si dimostrerà troppo debole, con conseguenze ancora da individuare.
Buona giornata a presto
Mauri
Sarà pur vero che l economia della cina è tuttora eccessivamente dipendente dalla domanda estera e pertanto molto vulnerabile all'aggravarsi della crisi in Europa ma a settembre si parlo' molto del fatto Che il debito italiano potesse andare in mani cinesi attraverso un forte acquisto di ittioli i debito italiani da parte della China Investment Corporation (CIC) che a quanto pare è il secondo fondo sovrano cinese di investimenti pubblici e il suo presidente Lou Jiwei incontro' Giulio Tremonti all epoca proprio per questo...insomma..loro dipendono da noi ma anche noi forse subiamo il loro potere...
RispondiEliminaL'economia Cinese ha perso slancio nel 2011 e si indebolirà ulteriormente nel primo semestre 2012. Due sono i fattori principali che hanno causato questo il rallentamento:il calo della domanda interna in risposta al progressivo inasprimento della politica monetaria degli ultimi 18 mesi e la netta decelerazione delle esportazioni dovuta al fatto che la recessione si è fatta più vicina nei mercati esteri come Regno Unito ed Europa. Nel complesso, tuttavia, non si prevede un atterraggio duro della Cina.
RispondiEliminaSul fronte interno, le autorità hanno avviato un programma di inasprimento mnetario, finalizzato principalmente a raffreddare il mercato immobiliare residenziale e surriscaldato. D'altra parte, però, proprio questo settore sta vivendo in Cina una fase di transizione fondamentale che ne altera la composizione. Se da un lato il comparto residenziale privato è in via di di raffreddamento, quello pubblico è in pieno Boom grazie al nuovo piano quinquiennale che prevede di costruire 36 milioni di abitazioni popolari entro il 2015.Non mi dilungo su tutto quello che interessa questo argomento, e su quelli che sono i settori delle materie prime ad esso collegati; chiudo con un riferimento alla crescita economica del paese che frenerà scendendo(si prevede)ad un tasso fra il 7% e l'8% nel 2012, ma se le autorità dovessero pensare che il rallentamento stia diventando troppo marcato, magari a causa della recessione dell'Euro Zona, non esiterebbero ad intervenire con misure espansionistiche. Come già accaduto nel 2009/10, è probabile che un simile intervento avrebbe successo poichè i cinesi vantano situazioni patrimoniali solide, pertanto le famiglie, le imprese e le autorità locali sono ancora disposti a spendere e a chiedere prestiti. L'inflazione dopo aver raggiunto il picco a luglio del 6,2% è scesa a novembre al 4,2% e le previsioni sono per un 2012 al 3,5%. In conclusione, scondo quelle che sono le linee espansive e conquistatrici delle Cina a livello economico, come peraltro già visto con gli Stati Uniti, un loro intervento a favore dell'euro e dell'Europa in generale, avrebbe senso solo se le contropartite avessero delle garanzie particolari che al momento non sussistono, e quindi se io fossi un cinese preferirei dirottare i miei interessi altrove e con maggior facilità(paesi emergenti, india, e perchè no anche in parte del mondo arabo), tenendo d'occhio eventuali finestre di grandi ed irripetibili opportunità in Europa.
Mauri